I miei ricordi vanno anzitutto al personale (cameriere, portiere, facchino, cuochi). Ancora negli anni Sessanta il personale era quasi tutto locale. Le cameriere per esempio erano quasi tutte di Sirmione (centro) o, come si diceva, “della campagna” (cioè delle frazioni di Sirmione, Lugana e Colombare, allora poco popolate, o dei paesi limitrofi). Così il facchino, lo chiamo così per farmi intendere dai lettori, ma per me è caratterizzato da un nome ben preciso, un po’ come uno di famiglia. Il portiere invece veniva da un po’ più lontanto, dal Veneto profondo.

Negli anni Settanta ci fu un primo cambiamento: non più cameriere “locali” ma quasi tutte valtellinesi, molte dall’alta Valtellina, in particolare Semogo. Come nel caso delle “locali” negli anni ’50 e ’60, si trattava di rapporti durevoli: venivano per molti anni di fila, certo, solo nella stagione di apertura, da primavera ad ottobre.

Poi, via via, negli anni Ottanta, si dovette ricorrere a personale decisamente “delocalizzato” (Sardegna, Puglia) fino ad arrivare, negli anni Novanta a personale extracomunitario (sia alle camere, sia in sala, sia in cucina). A proposito nel frattempo era avvenuto un cambiamento nel ruolo di cameriera: fino agli anni Settanta una cameriera lavorava sia alle camere sia in sala (ristorante), poi i due ruoli si sono separati: alcune cameriere fanno (solo) le camere, altre solo il ristorante.

Anche con il nuovo personale peraltro si riescono ad avere rapporti umani sostanzialmente familiari. E ciò è bello.

Non è facile vivere a Sirmione centro per un residente. A volte può fare piacere incontrare molta gente nuova, altre volte però uno desidererebbe vedere (quasi) solo volti familiari. Tuttavia è un fatto: nel centro c’è genta che ci abita, e non sono neanche pochissimi. Basta ricordare la abbastanza recente costruzione del “Palazzo Tiberio”, ricavata dalle ex scuole elementari: realta abitativa di pregio per i sirmionesi.

Uno dei pregi di abitare a Sirmione centro ad esempio, è la sicurezza dai ladri. Non è poco, di questi tempi…

ritmi umani

30 maggio 2010

A Sirmione è più facile ritrovare dei ritmi umani: aiuta in ciò l’assenza di macchine e di scadenze lavorative, e l’incontrare molta altra gente che cammina, invece di correre (metaforicamente, ma non solo).

Aria pulita: si sente che l’aria, nel mezzo del Lago, è più pura che altrove (almeno nel Nord Italia). La differenza si sente anche tra le frazioni di Colombare e Lugane, più immerse nel traffico, e il centro storico di Sirmione.
Suoni della natura: il canto degli uccelli, invece che rumori delle macchine, e se siete vicini al lago, il suono delle onde che si infrangono sulla riva, peraltro molto più discreto di quello del mare.
Il vostro udito e il vostro olfatto hanno di che essere contenti, oltre che, ovviamente, la vista.

Quali fattori hanno contribuito alla minore abitabilità del centro storico, dunque?
1) il primo e fondamentale è il fatto che si è capito, grosso modo negli anni ’70, che il centro storico è una miniera d’oro: dunque perchè non sfruttarlo? Perchè non andare ad abitare fuori dal centro storico sfruttando ogni palmo di proprietà dentro la cerchia delle mura?
2) Oltretutto dentro c’è, per gran parte dell’anno, un discreto casino di gente: congestione di turisti, favorita dalla costruzione del grande “piazzale” Monte Baldo, in grado di ospitare una quantità sproporzionata di macchine e autobus.
3) Inoltre nel centro storico non si può usare la macchina come si vuole: un po’ per i divieti imposti dal Comune, un po’ perché la densità del traffico pedonale, e la strettezza delle vie rende molto disagevole e lento il transito.
4) E come non ricordare la scelta di trasferire la sede del Comune e le scuole elementari fuori dal centro storico? Due scelte, impostate dalla giunta Stante, che non erano certo fatte per favorire la abitabilità del centro storico….

A documentazione della abitalità di Sirmione una volta possiamo ricordare che c’era il cinema.
A dire il vero a un certo punto (fine anni ’60) ce n’erano due: quello parrocchiale, vicino alla Chiesa di S.Maria Maggiore, e il Cinema Sirmio, al Palazzo dei Congressi.
Ancora: c’era la spiaggia parrocchiale, frequentata essenzialmente da sirmionesi.

Una volta, parlo degli anni ’60, quando io ero bambino, Sirmione era abitabile e abitata.
Non che oggi non lo sia più, ma lo è soprattutto da turisti e per turisti. Una volta c’erano zone del paese «per i soli sirmionesi» (la zona attorno alla Chiesa parrocchiale, via Piana, l’area delle scuole e dell’asilo). C’erano dei bar pensati «per i soli sirmionesi» (le ACLI).
Adesso tutto è solo per i turisti.
Che in questo modo però sono privati di qualcosa: della spontaneità, della freschezza magari ingenua di una realtà viva, autentica. Oggi è tutto plastificato, meccanico, artificiale. O almeno tende ad esserlo, corre questo rischio. Molto più di un tempo.
Un tempo… C’erano dei negozi di alimentari, ad esempio (due fruttivendoli: Fontana e Casetto, e Jotti, che vendeva alimentari vari). Ora d’inverno, se uno vuole mangiare deve andare almeno a 3 km…
[à suivre, a bientot 🙂 ]

Sirmione d’inverno

31 dicembre 2009

Comincio con una tesi politically scorrect (very scorrect, sorry!): ci sono luoghi, come Sirmione, o Assisi che almeno d’inverno, meriterebbero un turismo non di massa.
Perché? Per la loro stessa natura, di luoghi piccoli e predisposti al raccoglimento e alla distensione.
Un turismo di massa può essere proporzionato a realtà come Roma, o Parigi, o Praga. Già Venezia non mi sembra molto consona a tale tipo di turismo, Sirmione e Assisi ancora di meno. Ma quando il turismo di massa viene praticato in un periodo, come quello natalizio, che per eccellenza è il periodo della massima intimità, di un raccoglimento contemplativo, il contrasto si fa lacerante.